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Il corpo e i suoi simboli

L’uomo saggio pratica il “non-agire”, si occupa del “non-fare”, assapora ciò che non ha gusto: considera molto il poco, grande il piccolo, e male il bene.

Infatti, egli sa che una cosa difficile ha sempre un principio facile, così come una grande cosa ha sempre un piccolo inizio. Perciò, egli non si dedica alle cose grandi, e in questo consiste la sua grandezza: egli sa che chi promette troppo non può alla fine mantenere la parola data, e che chi ritiene tutto facile incontra molte difficoltà.

Invece, se considera ogni cosa difficile, egli non si espone ad alcuna difficoltà.

Tao Te Ching – 2,63


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La relazione corpo-mente, sintomo-emozione, coscienza-inconscio, è complessa, poiché noi siamo complessi.

Non esiste pensiero privo di emozione, non esiste gesto senza emozionalità.

Penso di prendere un oggetto, perché quell’oggetto mi attrae, mi interessa in qualche modo. Compio il gesto che in quel momento appaga il mio desiderio. Ma se insieme al primo pensiero ne nasce un altro uguale ed opposto, “è sbagliato”, il mio gesto è bloccato. Il desiderio insoddisfatto.

L’energia mentale-emozionale messa in gioco non viene espressa, si blocca, resta paralizzata in me. Poiché non ne prendo atto, e dunque non ne sono pienamente consapevole, quella tensione si manifesta a livello della coscienza come depressione o aggressività, e/o a livello del corpo come contrazione dolorosa.

Il sintomo dunque testimonia e mostra, con la sofferenza del corpo, un blocco energetico che è del e nel campo emozionale.

Per questa ragione, il dolore che ho alla spalla, se viene “contattato” e “ascoltato” a livello emozionale -e non a livello del pensiero logico-razionale che dice già “lo so”- mi conduce a una piena e autentica comprensione, allora il sintomo si scioglie e scompare.

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work in progress

 

 

“La malattia, in quanto perdita di sé, sta non soltanto nell’ignoranza delle proprie vicende personali, bensì nell’ignoranza del proprio destino storico; parallelamente, la guarigione sta nella conoscenza e nell’assunzione responsabile del proprio destino storico.
In questo destino la conflittualità è la dinamica stessa della vita e non il male da eliminare. Il male, cioè il problema che si patisce, il vincolo affettivo che ci imprigiona, la coazione a ripetere un comportamento che non condividiamo, non si identifica più con l’ignoranza delle nostre vicende personali che la conoscenza delle stesse risolve una volta per tutte e così sana, ma è il travaglio conoscitivo dell’essere che non si dà se non in ciascuno di noi in prima persona e perpetuamente.
La cura, a sua volta, non sta nel risolvere problemi personali concepiti come fattori negativi da eliminare, perché i problemi stessi sono momenti di questo travaglio conoscitivo che in noi si realizza; poiché questo travaglio dell’essere è il divenire dell’inconscio collettivo, la cura sta nel rendersi disponibili all’autorealizzazione dell’inconscio.”

(Silvia Montefoschi – “Jung un pensiero in divenire”)

 

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