CORIANDOLI

di

Agrippino Musso

 

le lamiere della macchina passata col semaforo paonazzo si storpiarono abbracciando quelle dell’altra fiocchi di vetro esplosi tuttintorno sangue scuriva l’asfalto già scuro di per esso e non si distingueva dall’olio gocciante

quello da solo rantolava col volante nelle costole cuore sovrappeso gambe ancorate alle lame dei pedali

gli altri due senza rantolo lo guardavano dall’altra macchina che era entrata in lui senza chiedere permesso

erano una coppia di avanzata mezza età e s’incupivano i loro volti a guardare l’altro ancora così giovane che non valeva la pena che morisse ma morire stava e forse doveva

loro uscirono dai corpi sfogliandosi come pagine d’ombra si avvicinarono al finestrino deposto in settemila frammenti sul petto e sul grembo del giovane che li vide con lo sguardo della coda nel lento sussulto di risacca che viene e che va senza fretta e stanchezza

respiro veniva che apriva i suoi occhi al parabrezza sfondato alla gente che accorreva a suoni latrati gridi e importuni sguardi che si distoglievano orrificati dal guardare

respiro andava che riempiva la coda dell’occhio con le facce dei due cinquantatreanni lei appena compiuti cinquantotto lui fra tre mesi e che come appoggiati alla capote lo guardavano inquieti

-ti decidi a venire- disse lei come impaziente

-lascialo stare- diceva lui sospirando appena quasi al ritmo del ventisettenne fra sei mesi che non ci sarebbe arrivato e ventisei avrebbero scritto sul certificato

lui al volante con la costola frantumata ficcata nel cuore sussultò di dolore mosse le labbra mentre invano qualcuno tirava la portiera da una parte e quella dall’altra che non volevano aprirsi e urlava qualcuno chiamate i pompieri prendete una sbarra questi sono morti urlava qualcuno distogliendo lo sguardo dall’altra macchina

lui al volante palpitò di terrore mosse le labbra piegando il capo verso sinistra dove i due aspettavano impaziente lei assorto lui

-ti decidi!- sospirò pesante lei nemmeno seccata stavolta

-non voglio- balbettarono i ventisette anni quasi e lacrime gli bruciavano gli occhi feriti

-non vuole!- sarcastizzò lei staccandosi da quella che per gli altri intorno era una macchina di metallo stremato per lei no

-devi- disse solo il cinquantottenne quasi

-perché- balbettò lui in sistole e in diastole risuonò il suo lamento ferro appuntito nelle orecchie di quelli che guardavano le plastiche contorte e finta radica della plancia sollevatasi come terra da maremoto

-eravamo in miniera non ti ricordi?- fece 58

-chi?- chiese 27

53 si era spostata di due passi e guardava la luminescenza rotante che si avvicinava con strido lamentoso e si rifrangeva sui vetri spappolati dell’auto di 27 e i barbagli azzurrognoli attraversavano il suo corpo non più corpo flettendosi ad accarezzare quello che c’era in quella parte di mondo

 -io e tu in miniera- ripeté 58

-tu e io- balbettò 27 cercando di guardare ancora il mondo contorto a cui si aggrappava per restare ancora un minuto se non per il resto del tempo lì che era ciò che conosceva

-nella galleria staccavamo la pietra dalle viscere e tu non t’accorgesti e quando io gridai “grisou!” stavi accendendoti la sigaretta-

-grisou?- fece 27

e il nome del gas assassino agganciò il suo respiro anche questa volta e il giovane al volante non riuscì più a tornare con gli occhi al parabrezza sfondato al mondo che si chiudeva in frammenti di fiocchi di vetri sparpagliati in settemila pezzi sul suo sangue

rantolò una volta diastole non rispose sistole

la portiera cedette e si spalancò l’infermiere allungò le mani con la maschera d’ossigeno e mentre la piazzava sulla faccia di 27 capì che non sarebbe servita ma la lasciò lì sperando

intorno vagolavano rumorose voci un piatto sonoro cupo mormorio qualcuno gridò come se avesse sentito

27 scivolò via come un’anguilla dal riflesso d’ombra dell’acqua sfregando il fianco su lamiera coltello si ritrovò come fosse in piedi accanto alle lamiere contorte che fino a tre secondi prima chiamava mia macchina scosse qualcosa come fosse il capo e fece qualcosa come guardare e vide come vedere se stesso da cui era stato sottratto all’improvviso

-finalmente- disse 53 senza voltarsi

-tu e io in miniera sì ricordo grisou esplose e noi fummo- balbettò 27 e poi si fermò perché non ricordava cosa fummo

58 lo guardò e sorrise come fosse un sorriso l’evanescenza che era

-fummo qualcos’altro-

-ma allora adesso perché di nuovo?- chiese 27

-io me ne vado- sbuffò 53 e si allontanò e sarebbe echeggiato il ticchettìo dei suoi tacchi sull’asfalto e poi sul marciapiede se avesse avuto tacchi e fosse stata ancora quella che era fino a poco prima

-non lo so perché di nuovo- disse 58

-non fu colpa mia – aggiunse 27 – non mi ero reso conto accesi la sigaretta ma non volevo che morissimo-

-non ti angustiare non serve anzi peggiora le cose- spiegò quieto 58 e gli avrebbe posato la mano sulla spalla e gli avrebbe sorriso incoraggiante se tutto quello fosse stato possibile

-ma lei?- chiese ancora 27 guardando verso 53 che ormai era lontana ma poteva vederla se quello era vedere e ovunque fosse stata sapeva avrebbe potuto ancora vederla

-lei aspettava- rispose 58

-capisco ti aspettava capisco perché ce l’ha con me- annuì 27

-no – sospirò 58 – aspettava te-

e un rapido battito d’ali strappò il cuore che prima batteva di 27 e gli agganciò il respiro soffocandolo come fosse ancora sotto il volante con la costola sminuzzata residuo corposo che svolò via come schiaffo d’ali repentino

-sì- annuì mentre si svaniva a se stesso e una barlumanza occhieggiava da qualcosa che erano come ricordi cucina fuoco odori attesa nella sedia vicino alla finestra finché sole tramontava e rinasceva e se ne andava ancora

e le lacrime di 53 che allora era qualcos’altro – cos’altro chi se lo ricorda – il dolore di 53 che aspettava echeggiò nel sibilo del ricordo e i suoi singhiozzi per un attimo ancora risuonarono ma già l’eco era sparita e lo sguardo di 27 tornò ad aggrapparsi prima a quella che era stata la sua macchina poi a un qualchedove ove lei era scomparsa di nuovo estenuata d’attesa

-andiamo- disse 58 come chiedesse

l’infermiera si avvicinò alle macchine incrostate ognuna dell’altra e guardò il corpo di sangue immobile e restò lì e per un barlume le si riempirono gli occhi di lacrime

un collega la guardò stupito non era la prima volta che vedeva uno strazio d’incidente e allora perché piangi – chiese – ?

lei scosse il capo non sapeva perché qualcosa come un brivido affilato era passato sulla sua nuca ora passato guardò ancora il corpo che non guardava

58 e 27 si allontanavano se quello era allontanarsi ma il giovane rimasto sotto il volante si fermò

-lei perché piange?-

-chi?- chiese 58

-quella che piange così non la vedi? mi guarda e piange perché?-

58 la scrutò mentre continuavano a distanziarsi e l’abisso era immane tra loro e quello che erano eppure era un velo così sottile che potevano ancora guardare

-anche lei c’era-

-dove? in miniera?- chiese 27

-no anche lei aspettava non ti ricordi?-

27 stava come immobile davanti a quello che era stato tutto per lui che ora tramontava fluorescenza densa di coriandoli vorticosi

-no – disse – non ricordo-

-era il tuo cane- sospirò 58

svanendo tutto

 

 

“Chi pensa che lui sia l’uccisore,

e chi pensa che lui sia l’ucciso,

tutti e due sono ignoranti.

Egli non uccide e non è ucciso.”

Bhagavad Gita 2-20

 

 

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